European Musical Heritage and Migration

Emigrazione e terre di mezzo: gli Italiani nella Banda Oriental

Renato Mansi

viernes, 11 de julio de 2003
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Nelle diverse epoche storiche le migrazioni sono state la risposta a determinate emergenze di ordine climatico, etnico, bellico, sociale e religioso, ma secondo le teorie di Ravenstein (1879) il fattore economico è quello che prevalentemente induceva alla mobilità.Nascono attraverso una ricerca intimamente spaziale, zone inesplorate che trovano fondamento critico in tre nuove identità:1) la frontiera geografica delle migrazioni mondiali.2) la frontiera sociale di un continente dimenticato: l'America Meridionale.3) la frontiera culturale dei miti della terre promesse, degli intermediari e delle suggestioni di massa.Gli emigranti favoriti dalla fortuna sognavano di costruire quelle frontiere ideali che hanno sempre simboleggiato il mito della penetrazione nei continenti per le quali bisognerà, sempre più, attraverso una ricerca approfondita con naturale evidenza, sottolineare l'importanza di un approccio di tipo "regionale." [Nota 1]1La regione stessa diventa il luogo culturale dei geografi intrecciandosi con un nuovo termine di paragone: la diversità culturale.L'integrazione in società pluraliste, che avevano come presupposto un approccio multiculturale, ha sempre rappresentato la risposta alla questione etnica negli anni delle grandi ondate migratorie e l'analisi dei flussi, in un rapporto di interconnessione tra locale e globale, diventa lo studio del territorio e delle nuove comunità: le geocomunità.Oggi ci troviamo di fronte ad una ricerca storiografica che opera in maniera transnazionale.Fondamentalmente è opinione comune il fatto che il paese natale e quell'ospitante facciano parte dello stesso campo sociale.L'emigrazione qui non deve essere considerata semplicemente come strategia economica, ma anche come processo culturale che continua dopo l'insediamento.Attraverso un'analisi intergenerazionale dell'esperienza ‘del viaggio', si fanno risaltare le diverse reazioni e i diversi significati che questo assume per le generazioni.Per gli emigrati diventa un pellegrinaggio di rinnovamento e salvezza, l'arrivo è un rito di passaggio storico di trasformazione culturale.Bisogna però continuare questi studi concentrandosi anche sullo sviluppo del rapporto fra gli emigrati italiani e la loro terra di origine attraverso i cambiamenti generazionali, seguire e segnalare i rapporti fra i luoghi, fra le persone dell'una o dell'altra nazione e tra i paesi. Un'importante caratteristica dell'emigrazione: il distacco, inteso come partenza, avviene dal paese verso il mondo esterno, è un avvenimento pubblico che non interessa solo l'individuo che parte o la sua famiglia, ma coinvolge tutto il paese.Questo legame tra l'individuo e il paese si ritrova poi nelle catene migratorie, nell'emigrazione cosiddetta ‘a ciliegia' cioè che nel paese di adozione si traduceva in comunità caratterizzate da associazioni che portavano il nome dei vari paesi di origine.Si arriva a questa conclusione analizzando l'emigrazione come fenomeno non semplicemente economico, ma anche culturale. Com'è noto, l'emigrazione stagionale per esempio dal Friuli e dal Veneto ai vicini paesi europei ha una lunga storia: l'emigrante poteva tornare al proprio paese ogni anno e alla fine ritornava a vivere in patria.Il successo, nella mentalità friulana e veneta, consisteva nel tornare a sistemarsi nel paese nativo. Anche quando, per diversi motivi, la gente era dovuta emigrare in paesi molto distanti, come l'America da cui non era possibile tornare ogni anno, la premessa, l'intenzione di tornare, era rimasta la stessa.L'emigrazione dall'Italia in Uruguay iniziò agli inizi del XIX° sec., e quasi tutti gli emigrati erano di sesso maschile. A poco a poco i primi arrivati incominciarono a far venire, con atti di richiamo, parenti e compaesani, creando così una catena migratoria. [Nota 2]2Col passare del tempo, l'emigrazione divenne, più che una catena, un insieme di cerchi concentrici spazialmente connessi fra di loro.Si potrebbe aggiungere, a questo punto, che quello dell'alloggio è un problema ancora attuale: per soddisfare il desiderio di visitare l'Italia evitando le tensioni della coabitazione, molti emigrati hanno comprato un loro appartamento in paese.Nel Veneto, quindi, alcuni italiani si ritengono oggi fortunati di essere rimasti in patria: per loro, le frequenti visite dei compaesani emigrati sono semplicemente una conferma del fatto che la vita in Italia sia di gran lunga migliore.L'emigrato della prima generazione scopre la perdita della patria e diviene eternamente condannato a cercarla. Il paese diventa santuario, e il viaggio al paese rappresenta una specie di pellegrinaggio di rinnovamento spirituale: si tratta di bere l'acqua delle fontane locali, di riposarsi al sole di ‘casa', di sentire suonare le campane della chiesa, di respirare l'aria del posto: sono, queste, esperienze che ristorano, rinvigoriscono e rinnovano.La Mandel concepisce l'identità dell'emigrato e del non emigrato secondo il concetto di ‘centro' elaborato da Edward Shils:"Il centro è geograficamente localizzato, ma(esso)trova importanza nel regno della percezione individuale. Questa centralità è articolata in termini di un centro geografico che diventa, in effetti, una metafora per un centro ideologico attorno al quale ruota l'identità del singolo individuo". [Nota 3]3E' nel viaggio, nel transito da un luogo e l'altro che essi ritrovano il senso di ‘sentirsi a casa'. Un discorso accademico corrente propone la teoria che l'identità nella società contemporanea sia deterritorializzata e che questa sia la condizione della post-modernità.L'incremento della mobilità e la globalizzazione delle pratiche e deiprodotti creano oggi un profondo senso di perdita delle radici territoriali e di erosione della distinzione culturale dei luoghi.Alcuni, come John Agnew , sostengono che la cultura si radica geograficamente nell'esperienza del luogo ed è definita dal territorio e mediata dall'identità locale.Questo spiegherebbe l'attaccamento al paese in Italia come appartenenza a uno specifico territorio.In contrasto con questo punto di vista, Ulf Hannerz afferma che le culture appartengono fondamentalmente alle relazioni sociali e alle reti di tali relazioni. Solo indirettamente esse appartengono al luogo. Meno le persone stanno in un posto, meno dipendenti sono le loro comunicazioni da rapporti diretti, faccia a faccia, e più tenue diventa il legame tra cultura e territorio.Entrambi gli argomenti possono essere validi, ma solo se interpretiamo il territorio come un luogo dell'immaginario e solo se comprendiamo che i contatti diretti o virtuali non significano necessariamente una perdita di rapporto con il territorio, con l'idea del luogo.Identità diasporiche quali quella dell'emigrato sono per definizione deterritorializzate, ma bisogna anche essere consapevoli del potere dell'idea del territorio, in quanto queste identità hanno le loro radici anche nell'immaginario del territorioL'identità geografica riesce a superare distanze molto grandi. Questi emigrati vivono perciò in quello che Appadurai chiama un mondo deterritorializzato, e la visita ‘trascende identità e limiti specifici legati al territorio'. I figli che si legano al territorio, anche quando solo immaginandolo, assumono una posizione centrale nella vita dell'emigrante, e fanno sì che l'emigrante non si trasformi in un nomade senza radici. [Nota 4]4In contrasto con le idee del post-modernismo su un'identità senza radici, le mie ricerche dimostrano la continua importanza dei legami con il territorio e con la gente del luogo. Comunque, nel riconoscere l'attaccamento al luogo è ugualmente importante prendere coscienza che ciascuna delle identità, del visitatore, del pellegrino, dell'emigrato, è caratterizzata dal movimento e si basa sul movimento.Il termine ethnoscape, definito da Appadurai come "il paesaggio di persone che inventa il cambiamento del mondo nel quale noi viviamo", mi sembra utile nell'analizzare il concetto di identità in movimento e di centri instabili.L'emigrato è spesso in viaggio, ma questo viaggiare dipende più da un senso di appartenenza al luogo che dall'assenza di un territorio, dall'importanza sacrale che rappresenta il paese natio e dal pellegrinaggio verso il nuovo paese.Questo migrare trasforma il luogo geografico in un luogo dell'immaginario, e trasforma il paese, come dice Mandel, in un centro senza centro, in un centro mobile che si trova laddove non c'è l'emigrato.UruguayNella regione del Río de la Plata sin dal XIX° sec. si parlava di necessità di accrescere la popolazione e di favorire l'immigrazione dalle cosiddette terre di mezzo, quelle dell'Europa per lo più occidentale, come condizioni primarie indispensabili per modernizzare quest'area e inserirla nel mondo civile.Un viaggio per raggiungere l'America Latina che afferma Jorge Luis Borges nel 1973 è solo un termine d'invenzione della società europea, adattato per comodità,per pigrizia, per necessità di generalizzare. L'aggettivo latina si afferma nella II°metà dell'800 quando le repubbliche d'oltreoceano sentono l'esigenza di contrapporsi all'altra America, quella anglosassone.L'emigrazione europea si inscrive nel quadro delle trasformazioni operate dalla rivoluzione industriale nel XIX°sec.L'Uruguay nasce nel 1830 come stratagemma britannico:è il cuscinetto che mette fine alle lotte tra la Spagna e il Portogallo e poi tra l'Argentina e il Brasile per il possesso della sponda orientale dell'estuario del Rio de la Plata.L'Uruguay di matrice italiana, con un'affollata capitale portuale, ma con un interno spopolato e dominato dal latifondo.Poteva essere una provincia argentina o brasiliana, ma tra queste due negazioni nacque l'identità uruguayana. [Nota 5]5Tra il 1850 e il 1920 si possono indicare le date limiti dei grandi spostamenti di popolazione, promossi per le alterazioni delle strutture economiche nazionali e precipitate per varie circostanze.Il punto più alto del capitalismo liberista, la creazione e l'ampliamento dei mercati del consumo, la crisi di produzione e gli scioperi nei centri manifatturieri urbani, la formazione di un quadro tecnico oltremare per gli imperi coloniali, la pressione demografica e la sovrappopolazione rurale nei paesi di preponderante economia agricola, costituiscono fattori migratori generali che si congiungeranno con esigenze e desideri individuali: la conquista di posizioni economiche, l'ascesa sociale e le differenze ideologiche o gli impulsi d'avventura.Il Rio de la Plata è stato durante questa epoca una delle tappe finali del cosiddetto "alud" migratorio mediterraneo.Montevideo risultava comunemente una destinazione meno richiesta, ma a partire dalla fondazione (1723-24 Bruno Mauricio de Zabala governatore di Buenos Aires la fondò conferendo l'incarico ad un ingegnere italiano tale Domenico Petrarca) le barche che dall'Europa si dirigevano prima verso i porti dell'Oceano Pacifico e poi non approdavano a Buenos Aires ma per la maggior rapidità e comodità portuaria sbarcavano i passeggeri nella capitale orientale.Il porto di Montevideo per la condizione generale di essere naturale, installato in una baia, risultava essere di miglior difesa rispetto a Buenos Aires, che come vero porto cominciò a funzionare con installazioni appropiate più tardi.Inoltre, nella costa charrúa, lo sbarco era istantaneo mentre invece a Buenos Aires le barche rimanevano a varie miglia dal porto e i passeggeri dovevano prima essere trasportati a piccole scialuppe e poi portati fino alla costa mediante carri con alte ruote. Con la caduta di Rosas, finita la Guerra Grande, furono aperti i fiumi alla libera navigazione ricevendo barche d'oltremare(Salto,Paysandù, Fray Bentos). [Nota 6]Del resto la predominante struttura legata alla pastorizia tratteneva tutte le possibilità limitate dal latifondo e dall'allevamento estensivo, che contrastavano con un precario sfruttamento agricolo e uno sviluppo industriale quasi inesistente.In totale tra il 1830 e il 1930 non meno di 52.000.000 di italiani hanno lasciato il nostro paese come risulta chiaramente da questa tabella. [Nota 7]USA 33.600.000Canada 5.700.000Argentina 6405.000Brasile 3.300.000Uruguay 600.000Cile 80.000Paraguay 30.000Australia 1500.000N. Zelanda 500.000Sudafrica 500.000La città e la campagna uruguayana accoglieranno un tipo di immigrazione vicina a questa realtà socioeconomica: piccoli commercianti, agricoltori autentici e improvvisati, una maggioranza di braccianti, manovali e manodopera disoccupata, eccedenza umana dei centri urbani e rurali europei, il cui impatto demografico si registrerà, con diseguale affluenza, fino alle prime tre decadi del XX° sec. Per esempio in Oddone nella colonia italiana fino al 1910:"…de cerca de 100.000 almas, unos 40.000 viven en Montevideo, y los otros en ciudades de provincias,más que en la campanã…Los principales hoteles de la capital e interior son italianos;muchos pilotos y empleados del puerto;italianos casi únicamente los artistas-decoradores,pintores,escultores,maestros de música,músicos de las orquestas de teatro y bandas de la ciudad y departamento…" [Nota 8]La Banda Oriental nel sud del continente americano, una prateria continua, dove vive un gruppo umano culturalmente omogeneo, circondata da una geograficità fisica soave e temperata modellò lo spirito di una comunità sempre rappresentata, rispettosa e tollerante, aperta alle idee e conservatrice de propri valori. [Nota 9]Il tema della storia del popolamento dell'Uruguay non è stata affrontato con particolare interesse se non in epoca recente. All'inizio della sua vita di stato indipendente, l'Uruguay è un tipico spazio demografico vuoto (74.000 abitanti nel 1829).In generale la crescita naturale e gli apporti migratori modificano in pochi decenni questa realtà. I lineamenti che hanno caratterizzato l'Uruguay in quanto meta d'immigrazione si vanno configurando fondamentalmente in quattro punti d'interesse:1) Il ritmo di affluenza riflette l'incidenza di alcuni fattori basici come gli alti e i bassi congiunturali, l'instabilità politica e la debolezza materiale dello Stato come agenti di maggior gravitazione.2) Lo spostamento migratorio interfluviale o terrestre che risulta da questi fattori, combinati con quelli attrattivi dei paesi vicini, fa di Montevideo a partire dal 1880 un porto di transito predominante fino a Buenos Aires o una tappa fissa nel cammino verso il Brasile.3) L'assenza di una politica migratoria comparabile a quella che promuove la classe dirigente degli anni '80.Prima di questa decade l'Uruguay non conosce neppure semplici piani ufficiali effettivi. La gestione e la promozione del movimento migratorio di fatto sono in mano ai privati, mancando un'azione sostenuta dallo Stato.4)Il maggior impatto dell'Immigrazione si registra tra il 1830 e il 1890,epoca nella quale la popolazione uruguayana cresce enormemente.Il peso dell'immigrazione sulla popolazione tende a decadere sensibilmente dal 1900, quando la proporzione degli stranieri comincia a diminuire in relazione alla popolazione totale.E' importante ricordare come a partire dalla seconda metà del XIX° sec. si producono nelle città cambi nelle manifestazioni culturali, specialmente quelle religiose.Il processo d'indipendenza subentrato in America è dovuto alle idee sorte dal liberalismo e per il positivismo al quale dobbiamo unire l'importante manifesto ideologico realizzato dalla massoneria. Tutto ciò si relaziona non solo con il processo d'indipendenza della prima metà del secolo, ma anche con il processo di modernizazzione della seconda parte dello stesso secolo (in particolare l'ultimo quarto del XIX°sec.) che porta alla minore importanza dell'egemonia della chiesa cattolica, e cominciano in alcuni casi a realizzarsi nell'ambiente latinoamericano manifestazioni di anticlericalismo ed è il caso concreto dell' Uruguay e del predominio al potere del Partido Colorado. Comincia quindi una lotta per il potere con la chiesa, tra settori conservatori e i nuovi settori liberali appoggiati dalle nascenti classi medie e popolari.In questo processo è importante indicare il nuovo ruolo educativo e i movimenti che tendono ad estendere un'educazione che fissasse i "valori nazionali". [Nota 10]Dobbiamo inoltre menzionare come a partire dalla seconda metà del secolo XIX, l'arrivo di una seconda ondata massiccia di europei nel continente americano (specialmente nel Rio de la Plata), con una maggioranza di spagnoli e italiani che portavano con loro un bagaglio di elementi culturali popolari e tradizionali, principalmente di origine campagnola. Così come i primi europei in America, questi immigranti conservano e coltivano i loro culti come mezzo per esprimere e mantenere i loro elementi d'identità in un contesto straniero. [Nota 11]Tra questi un primo elemento è osservare quali sono le ragioni che prevalgono come causa dell'emigrazione dai loro paesi d'origine: i processi di rottura interna delle società tradizionali con lo sviluppo del capitalismo industriale.Appare chiaro come il fattore primordiale sia che dalla metà del secolo XIX° il sostenuto accrescimento della popolazione europea viene a sommarsi ai disequilibri causati dalle prime tappe dello sviluppo industriale, facendo sorgere disaccordo tra la domanda di braccia e gli eccedenti demografici.Possiamo quindi trovare due linee guida fondamentali che includono queste tesi. In primo luogo un fenomeno di corta e media durata che prende in considerazione la tendenza dei paesi a strutturare politiche pubbliche libere per l'emigrazione e la relazione che stabiliscono tra capitalismo e emigrazione. La seconda, l'emigrazione come un movimento unilineare dove il senso è dato dalle cause dei paesi d'origene e dalle buone opportunità nei paesi di destinazione.Il credo modernizzatore è agente del progresso e di civiltà dove si oppone una società tradizionale "barbara" per la construzione di una società "civilizzata". Gli elementi concreti di questo processo sono l' estensione dell' urbanismo -popolare è civilizzare affermavano Sarmiento e Alberdi dall'Argentina-, la costituzione di una classe media di agricoltori e la formazione di cittadini in un Stato moderno.L'Uruguay si stava formando dal punto di vista socioculturale per le tre direttive che formarono l' America latina: una matrice iberica, una scarsa influenza indígena ormai quasi sterminata, la riduzione in missioni o all' acriollamiento come uniche vie di esistenza; un apporto della migrazione forzata negra che si circoscrive a Montevideo e alle ondate immigratorie del secolo XIX, fondamentalmente europee ma con apporti di medio- oriente e nord Europa.Primi dati statisticiTra il 1880 e il 1916 l'Uruguay accolse i contingenti più importanti di europei, in particolare italiani e spagnoli. Infatti la Banda Oriental accolse 66.992 italiani che rappresentavano il 43,63% del totale dei 153.554 immigrati e 62.466 spagnoli cioè il 40,68%.Il periodo di maggior "impatto immigratorio" fu il decennio 1880-90 nel quale si registra la più grande migrazione italiana verso l'Uruguay( circa il 60% del saldo totale) e furono la materia prima essenziale per la formazione della classe imprenditoriale uruguayana che rafforzò la borghesia nazionale. [Nota 12]La presenza di stranieri in Uruguay si può vedere attraverso i dati riportati dal "Censo de población" del 1852 . Infatti alla metà del secolo XIX -con una popolazione totale di 131.969 abitanti- c'erano 67.538 uruguayani(51.17%) contro i 28.586 stranieri(21.56%) e un totale di 35.845 abitanti(27.27%) appaiono come non specificati.Il successivo censimento del 1860 mostra l'aumento del numero di stranieri.Per una popolazione totale di 223.238 abitanti -con una crescita del 41% rispetto al 1852-abbiamo un totale di 147.557 uruguayani(66 %),contro i 74.849 stranieri(30%),con uno scarso numero di non specificati(0.4%). Si può vedere come un numero importante di questi ancora fossero a Montevideo(36%),formando la maggior parte della popolazione(92%),con un aumento di stranieri all'interno del paese.Nel censimento del 1900 la popolazione del paese sale a 915.647 abitanti, con un crescita di un 76% rispetto al 1860, individualizzando 717.493 uruguayani(78.96%),contro ai 198.154 stranieri(21.64%).A Montevideo continuava ad essere alto il numero degli stranieri rispetto ai "criollos"(37.54%). Una popolazione con la tendenza alla concentrazione nella capitale-porto, Montevideo, tendenza che si acuisce con il tempo.Infatti nel 1900 un 29% della popolazione totale viveva lì, con un' alta percentuale di stranieri.La centralità dell'Uruguay lo ha sempre reso un crocevia di transito verso i paesi che in epoca coloniale insieme costituivano il ViceReame del Río de la Plata: Argentina e Paraguay.Quanto ai censimenti nazionali, ci si basa maggiormente su quello del 1860 (10.005 italiani, 5,1%) nonostante dubbi di qualità e comprensione e su quello del 1908 (62.357, 6%) [Nota 13] che si può considerare il primo eseguito in base a criteri di rilevamento moderni, anche se l'urgenza nel far conoscere i risultati fece sì che larga parte delle informazioni non fosse messa a disposizione. l'Uruguay è un paese "giovane",il 71% dei suoi abitanti ha meno di 30 anni e Montevideo ospita circa il 30% della popolazione totale.Importante inoltre per il totale degli stranieri due censimenti del dipartimento di Montevideo uno nel 1884 (32.829,20%) e l'altro nel 1889 (46.991,22%).Una fonte d'informazione decisiva sulle partenze sono i dati pubblicati nel Annuario statistico dell'emigrazione italiana dal 1876 al 1925 [Nota 14], edito a Roma dal Commissariato generale dell'emigrazione. Infine ricordiamo il registro anagrafico redatto a Montevideo nel 1858-59 conservato nell'Archivio general de la Nación con informazioni sulle famiglie(casa per casa) residenti nella capitale platense in quell'epoca e le licenze di matrimonio esistenti nella curia di Montevideo.L'Italia durante il XIX° secolo, sebbene ancora suddivisa in tanti stati ,occupa il primo posto in termini di valore assoluto come fornitrice di emigranti europei non considerando le isole britanniche nel loro complesso e tenendo conto che contrariamente all'Inghilterra e alla stessa Spagna e Portogallo, l'Italia non fu potenza coloniale. [Nota 15]Il decennio 1860-1870 è un periodo di prosperità economica e saldi migratori attivi. Nasce la Comision de Inmigracion che si incarica di realizzare un'attiva propaganda in Europa tramite l'intervento dei rappresentanti consolari all'estero. Si trasforma la composizione dei gruppi di immigrati italiani, che aumentano con gli spagnoli rispetto ai francesi e che non sono più piccole correnti di agricoltori e braccianti che si insediavano come fittavoli nei dintorni di Montevideo ma anche disoccupati e derelitti, emarginati senza lavoro né mestiere che provengono per la maggior parte dai porti della penisola. Cominciava in coincidenza con questo flusso l'immigrazione dal meridione d'Italia che diverrà presto maggioritario in Uruguay.Dopo un calo della spinta migratoria nel decennio 1870-1880 con un saldo passivo nel 1873,la crisi economica e una politica favorevole all'immigrazione da parte dell'Argentina causano sistematici abbassamenti di arrivi nel porto di Montevideo.Fra il 1885 e il 1889 si registra il saldo netto assoluto attivo più alto 27.593 (arrivi 41455,partenze 13862) dati presenti negli annuari statistici e registri della capitaneria di porto.Negli anni che precedono la prima guerra mondiale si osserva un incremento di arrivi di passeggeri via fiume sbarcando a Buenos Aires. Infine, con diversità temporalità, tra il 1910 e il 1930 il saldo netto rimane basso con un lieve recupero nel decennio 1920-1930. [Nota 16]In conclusione ricorderò ancora una volta come agli inizi dell'Ottocento l'Uruguay ebbe una emigrazione di natura prevalentemente politica. Dall'Europa lasciarono il nostro paese liberali, patrioti e rivoluzionari che a Montevideo si riunivano in circoli o congreghe di spirito filo-massonico, per diffondere ad esempio il pensiero di Mazzini.Il più famoso grande di questi esuli fu Giuseppe Garibaldi che fece dell'Uruguay la sua seconda patria, ricordandola sempre con amore e nostalgia nei suoi scritti e nelle conversazioni con gli amici.L'Uruguay è stato da sempre uno dei paesi americani prediletti dagli Italiani.Nel 1910 si calcolava che vi fossero 100.000 immigrati, la più alta percentuale del contributo etnico straniero al paese, di cui il 40% vivevano nella capitale.La loro influenza è stata determinante, specialmente nel campo dell'edilizia, dell'agricoltura, della medicina e dell'arte. Di minore importanza è stata la loro influenza nella storia politica, se si eccettuano l'epoca garibaldina ed il movimento sindacalista di fine secolo che fu essenzialmente anarchico-socialista-romantico, quest'ultimo introdotto da quegl'esuli che, avendo ripudiato il regime monarchico in Italia sognavano la formazione di una società ideale.Ma anche dall'Uruguay si è avuta un'emigrazione verso l'Italia, un'emigrazione a carattere passaggero composta da intellettuali e da artisti che preferirono questo paese per i loro studi di perfezionamento.L'elenco sarebbe interminabile e perciò ci limiteremo a ricordare in particolare uno scrittore, legato e appassionato amante della Sicilia dove vi morì nel 1917 a Palermo: Josè Enrique Rodò .Intellettuale vigoroso ebbe una decisiva influenza sulla formazione culturale della gioventù latino-americana del Novecento attraverso i suoi scritti e le sue conferenze, eternando il concetto del desiderio di un miglioramento individuale e collettivo attraverso il culto della bellezza e la ricerca della verità.Così racconta il saggista uruguayano Gustavo Gallinal, uno dei più autorevoli critici dell'opera di Rodò, l'arrivo dello scrittore in Sicilia durante il suo viaggio in Italia:“…La Sicilia sta alla Grecia come il portico alla “cella” nel tempio antico. Tuttavia credo che la Sicilia e l'Italia fossero vicine al cuore di Rodò più della stessa Grecia, perché la sua terra di sogno si trovava in questo punto di confluenza delle due grandi correnti spirituali cui la nostra civiltà deve la sua fertilità inesauribile: la classica e la cristiana.” [Nota 17]BibliografiaAgnew J., “Place and Politics in Post-war Italy: a cultural geography of local identity in the provinces of Lucca and Pistoia”, in A. Anderson e F. Gale (eds.) Inventing Places: Studies in Cultural Geography, Melbourne: LongmanCheshire, 1992Anderson B., Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, London: Verso Editions, 1983Appadurai A., “Global Ethnoscapes Notes and Queries for a TransnationalAnthropology”, in R.G. Fox (ed.), Recapturing Anthropology, Santa Fe: 1991, p.192Baldassar L., “The Road Home”, in S. 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Los Italianos, p.5414 L'Annuario riporta il seguente andamento della popolazione italiana in Uruguay:24.136(1871),40.003(1881),100.000(1891),80.000(1901),62.357(1911),190.000(1924).15 Gould J.D., “Some Features of Italian Emigration and Emigration Statisties 1876-1914”16 Camou.M.M,Pellegrino A., “Dimensioni e caratteri demografici dell'immigrazione italiana in Uruguay,1860-1920”, p.5117 Cfr. Massa G., Introduzione alla storia culturale dell'Uruguay, pp 124-125

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