European Musical Heritage and Migration

Cittadini o abitanti? Il dibattito sull’immigrazione in Argentina

Flavio Fioriani

jueves, 4 de septiembre de 2003
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Per tutto il secolo XIX l'immigrazione europea è stata considerata in Argentina un fattore cruciale per il sorgere di una società e di una comunità politica moderne. Una politica di popolamento avrebbe prodotto una trasformazione epocale della geografia sociale del paese. Uno dei padri dell'indipendenza come Bernardino Rivadavia aveva già sottolineato nel 1818 quanto, dopo la conquista della libertà politica, quella del popolamento fosse una necessità dettata dal bisogno di “destruir las degradantes habitudes españolas y la fatal graduación de castas, y de crear una población homogénea, industriosa y moral”.Così viene fissato quel canone con cui sono presentati i benefici culturali ed etnici dell'immigrazione bianca ed europea che costituirà la parte più consistente della popolazione che giunge a milioni nel paese tra il 1870 e il 1914. Con una sorta di fede aprioristica nei positivi effetti dell'innesto (come spesso lo si è definito con una metafora assai densa di significato) di una civiltà matura nel corpo di una società di ancien régime. Se l'eredità coloniale è il problema, l'Europa costituisce la soluzione. L'immigrazione doveva cioè essere promossa da uno stato che ha il compito di governare i processi di trasformazione sociale ed economica. L'arrivo degli immigranti è visto come il contraltare della capacità delle élites dirigenti di guidare il paese sul cammino della modernizzazione e del progresso.Massiccia immigrazione europea e sviluppo economico ridisegnano il profilo della società argentina tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX, a tal punto che entra nel lessico comune la definizione di “società alluvionale”, che prende forma per sedimentazioni successive e in cui gli stranieri sono dappertutto (città e campagne). La capitale Buenos Aires è vista come la “nuova Babele” di una società magmatica, in crescita, in via di definizione.L'alluvione immigratoria ha pochi termini di paragone, soprattutto nella città-porto. Vediamo i dati forniti dai censimenti nazionali: nel 1895 il paese conta 3,9 milioni di abitanti; nel 1914 balza a 7,8 milioni. Nel 1914 un terzo della popolazione argentina è nata all'estero. Nel 1895 la proporzione di immigrati rispetto alla popolazione nativa è la più alta del mondo.Un fenomeno sociale di tale portata non poteva che suscitare le riflessioni degli intellettuali che identificavano in esso le ragioni e la chiave di volta del futuro e del successo dell'Argentina o del suo fallimento. Al fenomeno si assegna una funzione insostituibile perché quel che è in gioco è la sfida della modernità.Nel 1883, in piena crescita economica, Domingo Faustino Sarmiento pubblica il primo volume di Conflicto y armonías de las razas en América. Il già anziano autore del Facundo pone una questione di cruciale rilevanza: “¿Somos nación?”, si domanda Sarmiento, “¿Nación sin amalgama de materiales acumulados, sin ajuste ni cimiento? ¿Argentinos? ¿Hasta dónde y desde cuándo…?”. Tali interrogativi altro non ci dicono che Sarmiento è suo malgrado costretto a confessare il fallimento di quello sforzo destinato a creare, attraverso l'immigrazione, una comunità politica “civilizada”. Di più: in opposizione al clima di ottimismo e alle enfatiche considerazioni di quanti vedevano nell'arrivo di milioni di europei la completa fuoriuscita dell'Argentina dalla barbarie dell'ancien regime, Sarmiento si interroga su quali siano le conseguenze degli effetti dirompenti della massiccia presenza di stranieri nella geografia e nella società.Tali questioni vanno dritto al problema dell'identità dell'Argentina. “República de ciudadanos o sociedad de habitantes”? Perché quel che si è determinata è una vera e propria scissione tra un paese politico e un paese economico (prevalentemente straniero e che cerca di restare tale). Sembra cioè riaffacciarsi, in versione aggiornata, lo spettro della barbarie post-indipendenza: dall'incubo dello spazio spopolato in cui è la società a spiegare la politica e non viceversa (quello di una nazione pensata come lo sforzo di colmare un vuoto fisico, politico, culturale e sprofondata in una solitudine senza radici), Sarmiento passa a considerazioni non meno pessimiste di quelle che lo avevano indotto a scrivere il suo Facundo. Un cambiamento così radicale non rischia di riproporre gli stessi problemi originati mezzo secolo prima dal determinismo geografico?.Sarmiento svolge cioè un'analisi sulla decadenza di un paese che il mondo intero allora riteneva marciare al ritmo incessante dl progresso. Di più: egli fa proprie le interpretazioni razziste allora assai in voga per tracciare un bilancio della storia e della società argentina fissando la sua attenzione sulle incognite insite negli effetti dell'immigrazione. Si è detto: “república de ciudadanos o sociedad de habitantes”? Perché in effetti gli stranieri sono abbastanza restii ad acquisire la cittadinanza argentina, anche perché la società e l'attività economica offrono quello che lo storico José Luis Romero ha mirabilmente definito come uno dei tratti costitutivi del processo di modernizzazione del paese: “la aventura del ascenso”.D'altro canto, sul versante politico il regime oligarchico non aveva ancora aperto le porte alla partecipazione elettorale delle masse argentine: sono in molti a puntare l'indice sui brogli e la manipolazione del suffragio che mettevano a nudo la fragilità di un sistema di rappresentanza che non marciava allo stesso ritmo della vertiginosa crescita della società civile e di quella economica e che non disponeva ancora di canali istituzionali atti a regolare i suoi conflitti.¿Conflicto y armonías? finisce dunque per essere una amara riflessione sulla società e i suoi tumultuosi processi di trasformazione e di transculturazione condotta sotto il segno del determinismo sociale. Scavando come un paleontólogo nella corteccia geográfica e sociale del paese, Sarmiento conclude che “la raíz del mal estaba a mayor profundidad de lo que los accidentes exteriores del suelo lo dejaban creer”. (OC, XXXVII, p. 23)Il concetto di “razza” avrebbe sostituito, come categoria esplicativa, quella pluralità di ragioni storiche che Sarmiento aveva mirabilmente presentato nel Facundo (dove, almeno, la vecchia cultura ereditata dalla colonia trovava una occasione di riscatto nella cultura/civilización rappresentata dalla città): Le città argentine di fine secolo si presentano come un mosaico pieno di contrasti e sono da Sarmiento percepite come “reductos raciales” sconvolti dalla “alluvione immigratoria”. Ancora una volta la dicotomia civilización/barbarie, dove il conflitto storico aveva assunto la fisionomia di un conflitto razziale. Da cui discende la malinconica accettazione dell'inferiorità razziale dell'America latina rispetto alla “magnificencia cultural y social” degli Stati Uniti. Perché in Argentina, paese frammentato, l'interesse dell'abitante, in forza del determinismo geografico e culturale, non si trasforma in “virtud cívica”. Citiamo ancora una volta Sarmiento: “Es que con esos enjambres de inmigrantes de todas las nacionalidades, vienen oleadas de barbarie no menos poderosas que las que en sentido opuesto agitan a la Pampa; la población crece sin que el Estado se consolide con el rápido incremento de ciudadanos. […] Buenos Aires no es una ciudad sino una agregación de ciudades con sus lenguas, sus diarios, sus nacionalidades distintas; y ya el lenguaje ha consagrado las frases: la comunidad alemana, la comunidad francesa y en las provincias la colonia italiana, la colonia inglesa.Aquí no hay casi pueblo. Hay ricos propietarios nacionales y trabajadores artesanos, comerciantes extranjeros”. (Lettera de Sarmiento al Ministro degli affari esteri del Venezuela, 1870)Nello stesso orizzonte di idee si collocano le considerazioni che Juan Bautista Alberdi svolge in La vida y los trabajos industriales de William Wheelwright en la América del sud (1876). Questa è la storia (quasi un apologo) di un personaggio dalla biografia esemplare: quella di un immigrante il cui attivismo culmina in un contratto industriale per costruire ferrovie. Wheelwright è uno straniero che si tiene lontano dalla politica, un vero eroe del progresso, innovatore, araldo di pace e di energie, uomo che incarna una etica spiritualista. Insomma l'archetipo di quell'immigrazione selettiva da tutti auspicata. Un uomo che riassume l'ideale alberdiano della formula a tutti nota: “gobernar es poblar”. Wheelwright è la quintessenza dell'etica dell'abitante, (risultato di quello sforzo teso ad attrarre “los pedazos vivos” della civiltà europea), incarna l'etica della libertà che per Alberdi è il principio che presiede ad ogni società civile e civilizzata.Wheelwright non è soltanto paradigma di immigrazione selezionata ma, soprattutto, colui che in carne ed ossa testimonia della scissione tra pubblico e privato sottesa alla modernizzazione dell'Argentina. Perché per Alberdi (egli è l'estensore della Costituzione argentina del 1853 che nel suo preambolo dichiara che saranno assicurati i benefici della libertà “para todos los hombres del mundo que quieran habitar el suelo argentino”) l'America non è in grado di dar vita a quelle virtù civili e politiche radicate già da tempo in altre latitudini. La legittimità dello stato e della nazione sarebbero scaturiti soltanto dal trapianto in terra americana della civilización europea.Questi giudizi confermano in buona misura l'opinione generale: un caotico processo di trasformazione economico-sociale non ha dato luogo alla fusione auspicata tra immigranti e la loro nuova patria, e ciò testimonia di una incompleta costruzione dell'Argentina come nazione moderna.Va però ricordato che tra il 1883 e il 1912 il parlamento emanerà tre leggi di incalcolabile significato politico che avrebbero reso parzialmente operanti gli auspici di quanti abbiamo finora considerato: la ley de educación común obligatoria (1883), la ley de servicio militar obligatorio (1901) e la legge che istituisce il suffragio universale maschile e obbligatorio (1912): leggi appunto dirette a nazionalizzare gli immigranti e a trasformare operosi abitanti in cittadini responsabili con il suffragio e l'istruzione pubblica. Lo stato si candida dunque a essere l'artefice del nuovo cittadino: un'impresa cui dovranno concorrere il maestro e l'alunno, l'ufficiale e il soldato, il rappresentante politico e l'elettore.A fine secolo però, come del resto ovunque in America latina, l'evoluzionismo di impronta spenceriana si afferma quale canone con cui sociologi, filosofi, politici, e intellettuali in genere declinano il positivismo nello spazio-natura americano. Ed è nella ricognizione degli ostacoli che si frappongono alla marcia verso il progresso che l'immigrazione torna a essere considerata un fattore di grande importanza. Non solo perché l'evoluzionismo di impronta spenceriana diviene il fattore centrale di un militante progressismo biologista. Ma soprattutto perché l'ideologia positiva svolge un ruolo importante sia nella sua capacità di organizzare un nuovo discorso sull'identità nazionale, sia perché si articola in istituzioni (educative, sanitarie, giuridiche) il cui compito principale è quello di omogeneizzare la fisionomia sociale, il corpo di una nazione che si giudica ancora in formazione.Nel fin de siècle argentino, il positivismo assurge quindi a canone dominante, capace di spiegare gli effetti indesiderati del processo di modernizzazione e di individuare gli ostacoli che si frappongono nella marcia verso il progresso. E a questo proposito va ricordato che al sorgere del movimento operaio, i cui dirigenti e militanti sono per la maggior parte stranieri, si accompagna la nascita di correnti, opinioni e movimenti politici che danno luogo a episodi di aperta e virulenta xenofobia.Quel che è cambiato è che dall'interrogativo posto da Sarmiento ora si passa a una più diffusa concezione dei tratti negativi della popolazione straniera e le interpretazioni di taglio biologico-psicologico non mancano di offrire un sostegno “scientifico” ai atteggiamenti di rifiuto dell'immigrante (identificato come il perturbatore di una felice e in via di estinzione armonia sociale). È però opinione invalsa tra gli studiosi che i comportamenti xenofobi non si traducano in brusche sterzate nella politica immigratoria: in quegli anni l'arrivo degli stranieri raggiunge il suo picco e la xenofobia appare come un'argomentazione di taglio apologetico in difesa di un ordinamento intorno a cui il consenso si fa meno sicuro.È comunque evidente che se una società che esibisce un indubbio progresso materiale, alti tassi di mobilità ascendente e incontestabili processi di modernizzazione e secolarizzazione è analizzata al pari di un organismo regolato dalle stesse leggi che presiedono all'evoluzione del mondo naturale, a volte il passo è breve per approdare a concezioni basate sul determinismo razziale. Gli immigranti sono considerati all'interno di un paradigma organicista della società e dunque come una conferma della “moltitudine” che definisce la presenza delle masse sulla scena della storia.Sarà il neuropatologo José María Ramos Mejía (creatore del Departamento de Higiene y della cattedra de Neuropatología, e più tardi direttore del Consejo nacional de Educación fino alla sua morte) a dedicare un'approfondita analisi alla minaccia costituita da queste moltitudini urbane e alluvionali che stanno occupando la scena e reclamano il suffragio universale.Le considerazioni che egli dedica all'immigrazione hanno certamente tratti di darwinismo sociale (“en el mundo social… sucede lo que en el resto de la naturaleza, cuya armonía quiere que la fauna de una región encierre, además de los grandes cuadrúpedos, seres de talla o de fuerza menor”), ma include significativi elementi di un integrazionismo paternalista che considera gli stranieri come un contributo imprescindibile per la costruzione di una nazione moderna. Ripone piena fiducia nella capacità di integrazione attraverso la pedagogica opera delle istituzioni sulla psicologia dell'immigrante attraverso il lavoro. Questo in una visione che mira a disciplinare una magmatica realtà sociale. Al pari di altri positivisti come Agustín Alvarez (La transformación de las razas en América, 1898) e Carlos Octavio Bunge (Nuestra América, 1903) la nazionalizzazione di quell'homo oeconomicus che è l'immigrante è affidata, molto più che all'esercizio del suffragio, alla scuola, ai libri, alla stampa.All'epoca del Centenario e dintorni, a determinarsi è una divaricazione che si condensa in due immagini contrapposte: quella convenzionale dell'immigrazione come agente di civiltà (il persistere della visione di Alberdi) e quella più recente che vede nell'immigrante un fattore di disgregazione dell'identità nazionale (nell'ambito di una revisione dei postulati liberali, razionalisti e progressisti). Ed è esemplare che in quest'ultima il giudizio sull'immigrazione sia parte di una più generale risposta a una realtà percepita come confusa, magmatica in cui gli stranieri sono ormai parte integrante di uno spazio sociale dilatatosi a tal punto da far scomparire, nella percezione di molti, quell'Argentina tradizionale che Sarmiento aveva bollato come espressione della barbarie e del caudillismo.Nella reazione nazionalista che prende piede intorno agli anni 1910-20 miti culturali e letterari articolano una sequenza di immagini e di valori che segnano una brusca virata rispetto a quelli che avevano presieduto alla nascita dell'Argentina come nazione indipendente. Perché l'immigrazione è inevitabilmente associata alla modernizzazione e alla secolarizzazione dei comportamenti. Ma da agente del progresso lo straniero (il Wheelwright alberdiano) si trasforma in portatore di una nuova barbarie. O, per esser più precisi, di una omologazione nei costumi, nei comportamenti sociali e nella cultura che denunciano ibridazione e cosmopolitismo. In questo quadro il termine criollo si contrappone all'europeizzazione, al “gringo” e all'immigrante, e riacquisisce connotati positivi. L'immigrante è il simbolo di quel progresso che, una volta associato alla nozione di ordine, ora cessa invece di essere un valore univoco e autosufficiente. Ed è significativo che uno dei più qualificati esponenti di quella generazione di gentlemen-scrittori, Lucio Mansilla, dichiari nelle sue Memorie del 1904: “Quiero ayudar a que no perezca del todo la tradición nacional. Se transforma tanto nuestra tierra argentina, que tanto cambia su fisionomía moral y su figura física, como el aspecto de sus comarcas en todas direcciones. El gaucho simbólico se va, la aldea dsaparece, la locomotora silba en vez de la carreta, en una palabra nos cambian la lengua, que se pudre…”.Perché il giudizio sull'immigrazione assuma i connotati di una vera e propria ripulsa degli effetti materiali e immateriali indotti dal processo di modernizzazione sociale e culturale bisogna però attendere Leopoldo Lugones e la sua confutazione (svolta nelle conferenze dal titolo El payador del 1916) della funzione dell'immigrazione non con la rivalutazione del filone ispano-cattolico né di quello indigeno, ma con quella del tradizionalismo criollo attraverso la figura del gaucho. Esponente di un militante nazionalismo culturale, Lugones propone l'inversione dei termini con cui fino ad allora si era contrassegnata la peculiarità del progresso argentino (supremazia dell'immigrante sui nativi e dell'agricoltore europeo sul gaucho).I nazionalisti condannano l'élite liberale perché responsabile del fallimento del progetto di nazione per aver perseguito la rottura con il passato spagnolo e coloniale, consegnato il paese all'imperialismo britannico e favorito la dissoluzione dell'identità argentina con l'immigrazione (additati come responsabili erano quegli intellettuali che avevano proposto l'immigrazione come assoluta panacea per i mali del paese e come parte di un progetto di europeizzazione che ora era fortemente criticato). Ma è altresì vero che l'immagine dei padri fondatori dell'Argentina moderna (quella che era sorta anche grazie all'immigrazione che avevano auspicato Sarmiento e Alberdi) continua a detenere una posizione egemonica, anche perché serve a sostenere il mito dell'eccezionalità argentina nel contesto americano (il mito dell'Argentina bianca ed “europea”).Voglio concludere queste brevi considerazioni accennando al persistere del nodo dell'immigrazione europea nella riflessione sull'identità nazionale argentina, anche dopo la fine del flusso immigratorio di massa, citando il caso di uno scrittore come Eduardo Mallea, esponente del gruppo di intellettuali riuniti intorno alla rivista ¿Sur?. Spazio privilegiato della sua opera, la metropoli Buenos Aires è da Mallea tratteggiata come un luogo contaminato da un imperante cosmopolitismo che ha irrimediabilmente spazzato via la memoria di un paese dallo stile patrizio e il prestigio di famiglie dal lignaggio coloniale. Non sono però gli immigranti, ma i loro figli (veri rappresentanti di una moltitudine anonima, materialista ed eterogenea) ad essersi impossessati delle strade della capitale. Sono i nuovi ricchi del ceto medio urbano uno dei due termini della contrapposizione che Mallea stabilisce tra “argentinos visibiles y argentinos invisibles”. Inutile aggiungere da che parte si collochi Mallea: la metafora sull'invisibilità che è propria della sua condizione e delle classi patrizie è, in termini simbolici, non meno aggressiva del repertorio discorsivo del nazionalismo militante. Nel disordine della metropoli chiassosa, cosmopolita e bianca Mallea scrive il suo Historia de una pasión argentina (1937) e vive la propria condizione di invisibilità come un esiliato in casa propria. Anzi nella sua patria.Resta da chiedersi cosa avrebbe detto Sarmiento di questa moltitudine di argentini, figli di genitori immigrati, che in una sola generazione hanno riscattato la condizione di invisibilità politica di abitanti dei loro padri con la recente acquisizione della cittadinanza politica.

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